11 settembre 2015

LA FIAMMA DELL’ARTE

Questa mostra è prima di tutto una festa: con queste 50 opere si vogliono festeggiare i 50 anni di Cagliostro e celebrare l’anniversario dei 50 anni dalla morte di Ligabue. Cagliostro omaggia Ligabue e lo fa con la solita vulcanica spontaneità, due pittori primitivi il cui lavoro trasuda espressività e sentimento. 50 è il numero magico di questa esposizione, cabala di un vero e proprio processo alchemico.
In queste 50 tele, il cui formato non a caso è 50per50, Cagliostro trasforma ogni pennellata in vita, vita che genera vita, si sente il respiro delle creature dipinte che ci osservano curiose, figure misteriose che vivono in bilico sulla superficie, uno scorpione con la coda tesa, un riccio appuntito e sornione, animali notturni nascosti nel bosco della nostra immaginazione. Queste opere ci ricordano che l’arte non deve essere originale, semmai originaria, nel senso che compito dell’artista non è stupire a tutti i costi ma andare a fondo della memoria e dell’esigenza di esprimersi, riportare a galla le pulsioni dimenticate del nostro animo naif, risvegliare le nostre coscienze sempre più sopite e anestetizzate dalla noia e dalla routine. Ecco: i quadri di Cagliostro ci ricordano di essere vivi, che ognuno di noi è un essere unico; i segni e i colori impressi con tocchi di pennello decisi e vivaci risvegliano lo sguardo dell’osservatore e dalla retina mandano impulsi sia al cervello che al cuore. Gli sfondi a tinta unica (giallo, ocra, rosso, verde, viola…) sono il ring in cui il pittore mette in scena la sua inesauribile fantasia. Questa pittura colpisce per l’immediatezza, è una bomba che esplode dentro lo sguardo rigenerandolo. Finché, all’improvviso, si ritorna bambini. Non dimentichiamoci che dietro la creazione c’è sempre l’istinto, siamo animali anche noi, proprio come quelli dipinti da Cagliostro, che al minimo rumore scattano rapidi come le sue pennellate. Sembra di sentirlo il raptus creativo che muove questi lavori, l’ispirazione che rende le pennellate così veloci e sicure. Ho conosciuto Cagliostro qualche tempo fa. Sono andato a trovarlo ad Urbisaglia e abbiamo subito  cominciato a parlare con grande slancio. E’ un uomo spontaneo come la sua pittura, mi ha raccontato della sua necessità di dipingere, delle belle sensazioni vissute grazie all’arte, ci ha tenuto a precisare di non essere un uomo di cultura ma solo un pittore che sta bene dipingendo. Ebbene a un certo punto osservando le sue tele disposte lungo il tavolo ho cominciato a riflettere su Ligabue, Dubuffet, Scipione, Licini, Cucchi e mi sono detto che il bisogno di fare arte è istintivo, mica culturale, nel senso che l’arte supera la cultura perché la trascende. Per dirla con Cassirer, siamo animali simbolici che diventano esseri umani nel momento in cui creiamo simboli. Mi è venuto anche da pensare che in fondo l’arte è una fiamma accesa dentro la coscienza dell’uomo; questa fiamma può essere un fuoco che avvampa o un lumicino che ci fa strada nella storia, poco importa, l’importante è che non si spenga e che ci accompagni per tutto il viaggio della nostra vita. Dall’uomo preistorico che faceva graffiti nelle caverne all’artista contemporaneo, fino a un lontano futuro che possiamo soltanto immaginare. Il filo dell’arte non si spezza mai, ce lo dimostrano le opere che abbiamo oggi davanti agli occhi. Potrebbe capitare che, osservando con attenzione le tele di Cagliostro, dopo poco meno di cinque secoli ci si trovi davanti allo stesso identico gatto dell’Annunciazione di Lorenzo Lotto e magari proveremo una strana sensazione di stupore e familiarità. Quel gatto è l’ennesima prova che la fiamma dell’arte è ancora accesa, c’è solo da sperare che questa fiamma continui a fare un po’ di luce sulla complessità della nostra sempre più fragile esistenza.

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